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L'importanza della vita umana e le nuove armi per distruggerla!
“Un figlio non è un dente cariato. Non lo si può estirpare come un dente e buttarlo nella pattumiera, tra il cotone sporco e le garze. Un figlio è una persona, e la vita di una persona è un continuum dall’attimo in cui viene concepita al momento in cui muore” (Oriana Fallaci).
Non la pensano così i rappresentanti dell’Agenzia Italiana del Farmaco che ieri hanno approvato l’utilizzo della pillola abortiva Ru486 in ambito ospedaliero. Tale prodotto farmaceutico viene considerato un’alternativa all’aborto chirurgico. Basterà una semplice pasticca,da mandar giù senza troppi scrupoli, come una delle aspirine per il mal di testa… e una vita, quella di tuo figlio, verrà soppressa.
E’ un vero dramma, una sconfitta per l’intelligenza dell’uomo e un valido nutrimento per la sua arroganza, che lo spinge a voler far tutto come se Dio non ci fosse.
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La parte migliore!
«In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”» (Luca 10, 38-42).
Marta e Maria sono le sorelle di Lazzaro. Esse, contraddistinte da una grande fede nei confronti del Nazareno, ospitano Gesù nella loro casa e – come faremmo noi di fronte ad un ospite illustre – gli preparano una degna accoglienza.
Non può sfuggire il fatto che a Gesù sia stato riservato un posto centrale in quella casa! Tutto ruota attorno a lui, tutti si muovono per lui. L’evangelista Luca sottolinea questo particolare interesse per il Messia nella concitazione vissuta da Marta – quasi non riuscisse a fermarsi un istante – «tutta presa dai molti servizi», e nell’azione contemplativa di Maria che «sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola». Marta e Maria descrivono la duplice vocazione ecclesiale: il servizio e la contemplazione.
Al termine del racconto proposto dall’evangelista Luca c’è un interessante scambio di battute tra Gesù e Marta. Probabilmente (è una nostra supposizione) tutta la casa fu messa a soqquadro per ospitare Gesù e certamente anche Maria dovette contribuire alle faccende domestiche. Nel momento in cui però Gesù entra in casa Maria inizia a contemplarlo e Marta – preoccupata per le tante cose che rimanevano da fare (e non per suscitare un’azione di rimprovero nei confronti della sorella) – non può fare a meno di chiedere: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Gesù risponde che «una sola è la cosa di cui c`è bisogno» e che Maria ha scelto la parte migliore.
Contemplare Dio, ascoltare la sua Parola, vivere in comunione con lui, stargli accanto… è questa la “parte migliore” verso cui ciascuno di noi deve tendere. La parte migliore è dunque quel particolare rapporto che si stabilisce con il Signore e che dobbiamo imparare a riconoscere come il più grande dei tesori custoditi nel nostro cuore. E’ qualcosa dunque che c’è già, che esiste, che è dentro il nostro cuore e che chiede di essere riconosciuto e vissuto, ma soprattutto è la parte migliore che non ci sarà tolta!
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I nonni
“Il compito educativo dei nonni è sempre molto importante, e ancora di più lo diventa quando, per diverse ragioni, i genitori non sono in grado di assicurare un’adeguata presenza accanto ai figli, nell’età della crescita. Affido alla protezione di sant’Anna e san Gioacchino tutti i nonni del mondo, indirizzando ad essi una speciale benedizione” (Benedetto XVI).
Il secondo spunto di riflessione – dettato da Papa Benedetto XVI durante l’Angelus domenicale di ieri – riguarda i Santi Gioacchino e Anna, genitori della Vergine Maria. Sono due personaggi consegnati alla storia della fede cristiana dalla letteratura apocrifa. La loro vita coniugale, la fede nell’unico Dio impartita alla Vergine Maria e il privilegio di essere considerati nonni del Bambino Gesù fanno di questi due personaggi un esempio di concreta vita cristiana. Oggi sappiamo bene quante lacune affettive e religiose vivano i nostri giovani. I nonni sono una presenza e una risorsa educativa molto importante; nella famiglia – afferma il Pontefice – sono i depositari e spesso i testimoni dei valori fondamentali della vita. E’ vero anche un triste rovescio della medaglia che vede tanti anziani abbandonati e soli (e non solo durante il periodo estivo).
Per chi pregare, dunque, per i nonni, per i figli o per i nipoti?
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E' vita questa?
Esistono, nella nostra splendida Sicilia, dei quartieri periferici dove la vita risulta davvero difficile e ingovernabile. In assenza di strutture sufficientemente idonee a rendere confortevole e dignitosa la vita dei cittadini si cresce per strada, come in una grande frontiera dove l’illegalità regna sovrana, diventa cultura e appare persino la strada migliore per esorcizzare e soffocare il dramma della miseria.
In provincia di Catania, Giuseppe – un bambino di sette anni – è stato sbranato da tre ferocissimi pitbull. Già in altre occasioni – nonostante gli avvertimenti del fratello – il piccolo era entrato di nascosto nel recinto per dar da mangiare ai cani. Questa volta però – forse per difendere i cuccioli appena nati – i cani non hanno esitato ad azzannare il piccolo Giuseppe fino ad ucciderlo. Sono stati i genitori a scoprire il corpo senza vita del bambino, all’interno del terreno abbandonato e impervio dove era stato nascosto il recinto dei cani. Il dramma diventa, però, ancora più struggente quando Ivan, il fratello del piccolo Giuseppe, dichiara ai magistrati di essere stato lui ad aver tenuto nascosto e cresciuto quei cani.
Puoi continuare a leggere qui l'articolo che ho pubblicato su Medeu.it
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Un granello di sale!
“Quale grazia sarà mai se in un corpo così bello non c’è neppure un granello di sale?” (Catullo).
E’ un’intelligente provocazione che si adatta bene ai modi di essere e di pensare di questo nostro terzo millennio. Sono tante le persone che hanno acquisito una certa familiarità con il verbo “apparire”. L’esteriorità (la cura ossessiva del proprio corpo, gli interventi di chirurgia estetica ecc.) è diventata una delle strategie principali per tentare di convincere gli altri del proprio fascino, così da risultare irresistibili e conquistare il podio del successo!
Le relazioni hanno bisogno, invece, di un respiro molto più ampio e di un luogo migliore per incontrarsi. C’è in ogni uomo un’intelligenza del cuore che non bisognerebbe mai mortificare e verso cui imparare a scommettere con maggior intensità e responsabilità.
“E’ per questo che le relazioni ai nostri giorni si sciolgono dopo pochi mesi: è un contatto di corpi, non un incontro di intelligenze, di sentimenti profondi, di anime. Non ci si deve stancare, allora, di riproporre il ritorno alla sostanza della vita, al cuore autentico della persona, al gusto della verità e dell’amore genuino” (Gianfranco Ravasi).
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Vivere a rischio alcol
I dati raccolti dall'Osservatorio nazionale sull’alcol appaiono drammatici e sconfortanti. Otto milioni e mezzo di adulti e un milione e mezzo di giovani italiani vivono, infatti, – secondo le stime – a rischio alcol. Il 64,8% dei ragazzi e il 34% delle ragazze (tra gli undici e i ventiquattro anni) risultano assidui bevitori e la maggior parte di essi beve con il preciso intento di ubriacarsi. Fra i teenager (di età compresa dai 14 ai 17 anni) cresce l’abitudine del consumo di alcol occasionale; diminuisce il consumo di birra (dal 14,3 a 8,4%) e aumenta smisuratamente l’uso di aperitivi e superalcolici (da 2,9 a 7,1%), assunti fuori dai pasti!
Molti giovani ritengono che l’uso di alcol possa aiutarli a fronteggiare meglio le difficoltà adolescenziali e che permetta loro di combattere l’eccessiva timidezza. “Bere per dimenticare di esistere” non è poi il titolo di un film, ma la drammatica realtà di una generazione di “figli” che non riesce più a rintracciare il senso da dare alla propria vita.
Spesso si ha la triste impressione che molti dei nostri giovani vivano ai margini di qualsiasi tipo di relazione umana. I primi rapporti interpersonali a naufragare sono quelli vissuti in ambito familiare; è sempre più difficile comprendere, infatti, se sono ancora i genitori a prendersi cura dell’educazione dei figli o viceversa! Ma ciò che appare davvero assurdo è che nemmeno all’interno del proprio gruppo di amici i ragazzi fanno l’esperienza di relazioni vere e appaganti. Nessuno è davvero amico dell’altro! Il far parte di un gruppo, paradossalmente, è l’occasione utile a garantire un maggior isolamento dal mondo e da se stessi!
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Una felicità ineguagliabile
«Grazie è la parola più semplice, e fondamentale. Perché nel dirla sta il riconoscere di avere ricevuto un dono, di cui si è grati; e chi è grato è portato a sua volta a donare» (Ersilio Tonini).
«Oltre la morte, sarà bellissimo. Perché vedremo finalmente la nostra storia, tutta intera. Voglio dire: vedremo la storia di ciascuno di noi, dal suo vero principio, dall’istante in cui Dio ci ha concepito nei suoi pensieri. Perché ciascuno è stato pensato, progettato dall’inizio del tempo. È una prospettiva sterminata. È posare gli occhi sull’orizzonte infinito per cui sono stati fatti. Sarà, l’abbraccio di Cristo, una felicità ineguagliabile» (Ersilio Tonini).
Due battute particolarmente suggestive dettate dal card. Ersilio Tonini, Arcivescovo emerito di Ravenna-Cervia, in occasione del suo novantacinquesimo compleanno. Un uomo robusto nella fede e innamorato di Cristo che rilegge la propria vita con semplicità e gratitudine, capace di guardare persino oltre la morte con il cuore carico di desiderio… uno strano desiderio: quello di vedere Dio! L’abbraccio di Cristo, una felicità ineguagliabile.
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Già da 40 anni!!!
“Chi comincia a seguire il Signore il meno che può dare è la vita” (Teresa d’Avila).
Leggo questa splendida intuizione dalla seconda lettura dell’Ufficio liturgico carmelitano che celebra oggi la memoria delle Martiri di Compiègne.
Sedici Carmelitane Scalze del monastero dell'Incarnazione di Compiègne (Francia) - arrestate il 24 giugno 1794 e successivamente condannate a morte per la loro fedeltà alla Chiesa – furono ghigliottinate a Parigi il 17 luglio del 1794 mentre, coraggiosamente, cantavano la sequenza allo Spirito Santo.
E’ una ricorrenza, questa, che mi è particolarmente cara… già da quarant’anni!!!
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Ma lui no!
Intervistato da Antonio Socci nel suo ultimo libro “I segreti di Karol Wojtyla”, il card. Andrej Deskur – grandissimo ed intimo amico di Giovanni Paolo II – ricorda: “Quando noi seminaristi ci trovavamo nella chiesetta a pregare, ognuno di noi, prima o poi, dopo aver pregato un po’, si distraeva un attimo, voltando la testa, dando un’occhiata a chi stava entrando, come è naturale e come capita a tutti. Ma lui no. Karol sembrava da un’altra parte, in un’altra dimensione. Era nel mondo di Dio. Mai una volta l’ho visto distrarsi dalla preghiera. La preghiera lo caratterizzava già da giovane…”.
E’ un ricordo di grande intensità spirituale. Durante la preghiera capita davvero a tutti un istante di distrazione (anche più di un istante!). Eppure, questa particolare esperienza mistica, vissuta dal grande Papa polacco, non intende mortificare nessuno di noi. Conosciamo bene i nostri limiti, ma il poter imparare a pregare meglio guardando la vita di un Santo ci aiuta a progredire nel rapporto con Dio e a migliorare l’esperienza della preghiera che lo stesso Wojtyla non esitò a considerare un’arte!
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La vita: un'esperienza da vivere
“La vita non è un problema da risolvere ma un’esperienza da vivere” (Buddha).
Magari te ne rendi conto in queste ore di pausa estiva. Il corpo e la mente si rilassano; quell’infernale scrigno telefonico finalmente tace e l’unica voce che riesce a superare i controlli – per evitare incursioni esterne – è la voce del tuo cuore. Essa appare liberata da quei tristi grovigli interiori maturati durante un intero anno (stanchezza, indecisione, malumore, contrasti, dispute, liti e, talvolta, persino paure). Il vento accarezza gli alberi posti di fronte a te e non fa rumore, non disturba, non interrompe! C’è solo pace e la possibilità di perdersi in essa. Giusto il tempo per spezzare il fiato e ricominciare a vivere, con una speranza ancora più grande.
La vita è un dono – canta Renato Zero in una delle sue ultime composizioni – “Chi cerca nel suo cuore non si sbaglia / Hai voglia a dire che si vuole pace, noi stessi siamo il campo di battaglia / La vita è un dono legato a un respiro / Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo” (R. Zero)
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