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"E mi parve chiaramente di vedere in me la SS. Trinità"
Non si può comprendere Dio se lo separiamo dalla capacità di relazione che mette in comunione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Dio non è solitudine, se non fosse stato in grado di esprimere in se stesso una comunione di persone non avrebbe potuto creare gli uomini capaci di ricevere e donare amore, a Sua immagine e somiglianza. “L'immagine divina è presente in ogni uomo. Risplende nella comunione delle persone, a somiglianza dell'unità delle persone divine tra loro” (CCC, 1702).
S. Teresa d’Avila, in una delle particolari esperienze mistiche concessale dal buon Dio, racconta: “Allora la mia anima cominciò a infiammarsi, e mi parve chiaramente di vedere in me la SS. Trinità per visione intellettuale. Mi si fece vedere sotto una certa rappresentazione, come un’immagine della verità, affinché la rozzezza del mio intelletto comprendesse come Dio sia trino ed uno. Mi pareva che le tre Persone si rappresentassero distintamente nella mia anima e mi parlassero insieme, dicendomi che d’allora in poi, grazie all’aiuto che ognuna di esse mi avrebbe prestato, mi sarei migliorata in tre cose: nella carità, nel soffrire con gioia e nel sentire in me l’ardore della carità” (Teresa d’Avila - Relazioni Spirituali, 16).
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Faceva un tempio del suo petto
“Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. […] Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio. E se all'improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto” (Tommaso da Celano).
Non è tanto il tempo che Francesco d’Assisi trascorreva in santo raccoglimento (proposito per noi sicuramente degno di attenzione) a sorprenderci, ma la capacità di trasformare qualsiasi situazione in un’occasione di contemplazione e di preghiera. “Se all'improvviso si sentiva visitato dal Signore” il mantello lo aiutava a costruire con il proprio corpo una cella per accogliere il divino ospite, e il petto di Francesco, talvolta, diventava un vero e proprio tempio di preghiera.
Per tantissimi motivi tutto ciò che noi siamo appartiene esclusivamente a Dio e il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo:
«O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6, 19-20).
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Gesù mi sfiorò le spalle e disse...
“Gesù mi sfiorò le spalle e disse: «Bob perché mi rifiuti?». / Io dissi: «Non ti sto rifiutando». / E lui: «Allora mi seguirai?». / Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!». / E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando»” (Bob Dylan).
Chi stiamo seguendo davvero? I nostri sogni, la realtà, un’ipotesi di successo, noi stessi, Dio? Non è che poi ci sia così tanto tempo per comprendere a chi apparteniamo davvero! O per meglio dire, c’è un tempo sufficientemente lungo per indagare, cercare, scoprire la matrice della nostra esistenza… e solo un istante per riconoscerla pesata, amata e voluta da Dio.
Perché il buon Dio – il cui desiderio di comprendermi in Se stesso è smisuratamente grande – non dovrebbe sfiorarmi le spalle per poter sussurrare al mio cuore: «Perché mi rifiuti?». Seguire Cristo vuol dire non restare soli, lasciarsi guidare, condividere un itinerario di salvezza che introduce l’uomo nella relazione con Dio. Fuori da quella “relazione” c’è tutto ciò che già conosciamo bene: ci siamo noi, le nostre fatiche, gli affanni, le sofferenze, i malumori, l’educazione dei figli, il rapporto con i propri cari, il lavoro e mille altri frammenti di quotidianità che lontani da Dio rischiano di farci cadere in una disarmante solitudine.
«Allora mi seguirai?». / Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!». / E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando»” (Bob Dylan).
In foto: Bob Dylan saluta Giovanni Paolo II
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I giovani, la movida e l'autorità dei padri
Bruciano i cassonetti dell’immondizia, lanciano sassi contro gli autobus, rubano gli scooter e all’occorrenza – al termine delle loro serate – sistemano in strada tavolini e sedie sperando che un automobilista, prima o poi, vi sbatta contro!
Non stiamo descrivendo le scene di un set cinematografico ma un’allarmante norma comportamentale che caratterizza molti gruppi di giovani palermitani. “Ci annoiavamo” – dichiarano, come se nulla fosse, agli agenti di polizia che li hanno arrestati durante una delle loro bravate – “E’ stato solo per divertimento”, “Non sapevamo che fare sabato sera, era solo un modo per rompere la noia”!!!
Tutto questo non accade soltanto a Palermo, ma in moltissime altre città italiane, dove la distinzione tra “bravo e cattivo ragazzo” non esiste più. Il nucleo familiare di tanti giovani – frantumato e sconfitto da mille contraddizioni e desideri incontrollati di libertà – ha costretto i ragazzi a cambiare “residenza” e a migrare verso un’altra tipologia di gruppo, dove tutto è vissuto in base alle proprie emozioni ed illusioni, senza una vera e propria autorità capace di guidarli; un po’ come nel Paese dei balocchi per Lucignolo e Pinocchio… dove non ci sono scuole, non ci sono maestri, non ci sono libri. Un paese benedetto dove non si studia mai, dove le giornate trascorrono baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo!
Ho pubblicato questo articolo su Medeu.it e puoi leggerlo qui.
Immagine tratta dal film "Alla ricerca della felicità"
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Trasformare se stessi in preghiera
“I rischi dell’attivismo e della secolarizzazione sono sempre presenti […]. Molti di voi, religiosi, religiose e laici, siete talmente presi dalle mille incombenze richieste dal servizio ai pellegrini, oppure ai malati nell’ospedale, da correre il rischio di trascurare la cosa veramente necessaria: ascoltare Cristo per compiere la volontà di Dio. Quando vi accorgete che siete vicini a correre questo rischio, guardate a Padre Pio: al suo esempio, alle sue sofferenze; e invocate la sua intercessione, perché vi ottenga dal Signore la luce e la forza di cui avete bisogno per proseguire la sua stessa missione intrisa di amore per Dio e di carità fraterna” (Benedetto XVI).
Le parole che il Pontefice ha rivolto ai fedeli - in occasione della visita pastorale a San Giovanni Rotondo - credo riguardino un po’ tutti. Spesso ci lasciamo travolgere dalle mille incombenze pastorali, umane e sociali che all’occorrenza mettono in moto il nostro spirito missionario. Non bisogna, però, correre il rischio di lasciarsi determinare dalla secolarizzazione e dall’attivismo. Guardare – come ci invita a fare Papa Ratzinger – a Padre Pio significa imparare da lui come si fa a trasformare la propria vita (e persino se stessi) in preghiera.
“Come tutti i grandi uomini di Dio, Padre Pio era diventato lui stesso preghiera, anima e corpo. Le sue giornate erano un rosario vissuto, cioè una continua meditazione e assimilazione dei misteri di Cristo in unione spirituale con la Vergine Maria. Si spiega così la singolare compresenza in lui di doni soprannaturali e di concretezza umana. E tutto aveva il suo culmine nella celebrazione della santa Messa: lì egli si univa pienamente al Signore morto e risorto. Dalla preghiera, come da fonte sempre viva, sgorgava la carità. L’amore che egli portava nel cuore e trasmetteva agli altri era pieno di tenerezza, sempre attento alle situazioni reali delle persone e delle famiglie” (Benedetto XVI).
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Il segreto di Dio!
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Vi capita mai d’esser triste?
Certamente (rispose malinconico Mr. Fisherman). Tutte le volte che interrompo il dialogo con mio padre!
Vostro padre?
Sapesse quante volte non gli ho rivolto la parola perché sicuro della mia! Una vera sciagura interiore. Eppure, nonostante tutto egli, per nulla sorpreso del mio atteggiamento, continuava a rivolgermi lo sguardo di sempre, con una paternità che sembrava non aver mai fine. Se non fosse stato mio padre avrei giurato di aver avuto a che fare direttamente con Dio.
Leonard Fauchelevent
Un padre che continua a rivolgere lo sguardo paterno di sempre al proprio figlio, nonostante gli errori e la poca riconoscenza di quest’ultimo, non è uno stupido! Il suo atteggiamento – quasi sempre disposto al perdono e alla comprensione – è capace di sorprenderci… se gli accessi del nostro cuore non sono del tutto chiusi! “Se non fosse stato mio padre – afferma L. Fauchelevent – avrei giurato di aver avuto a che fare direttamente con Dio”.
Proprio in questi giorni, Papa Ratzinger, aprendo ufficialmente l’Anno Sacerdotale, ha parlato del “segreto” di Dio che il Santo Curato d’Ars rivelava ai suoi penitenti: “E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!” (Benedetto XVI).
E ancora il Curato d’Ars afferma: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”…“Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.
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Un'arca di Noè sulle acque della vita
“L’essere umano si ferma alle apparenze. Dio non guarda la superfice, ma il cuore. Dà la possibilità di trovare, al di là delle contraddizioni, il segreto d’una felicità” (Frère Roger).
Spesso le difficoltà della vita mettono alla prova il nostro desiderio di felicità. L’uomo scopre i propri limiti e di fronte agli ostacoli dell’esistenza è costretto a riconoscere le fragilità della natura umana. Paradossalmente, però, – afferma F. Roger – “lo splendore di Dio si manifesta attraverso le fragilità dell’uomo”.
Non rimane altro che abbandonarsi nelle mani di Dio e lasciarsi guidare dalla Sua volontà. D’altra parte, se l’uomo non fosse così misero probabilmente non cercherebbe la mano di Dio!
“L’essenziale – osserva F. Roger – passa sempre per il cuore”; è dentro – tra le pareti del cuore – che bisogna ricercare la sorgente della felicità. E’ necessario rimettersi in gioco più volte al giorno, soprattutto quando i limiti della nostra umanità si contrappongono alla luce della fede.
“Perché darsi pena per un diluvio di lacrime interiori? Si troverà sempre un’arca di Noè sulle acque, per cantare il Dio vivente” (Frère Roger).
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Le due campane!
“Prima di giudicare, ricorda che una storia ha sempre due versioni, e due versioni sono due verità”.
Rileggo tra alcune annotazioni questo interessante aforisma, in linea con i nostri tempi e senza dubbio assai veritiero. Esiste anche un’altra espressione simile a questa, di uso comune nei rapporti interpersonali, che invita ad ascoltare sempre “tutte e due le campane” prima di esporsi a qualsiasi tipo di giudizio (un giudizio che non dovrebbe mai superare il limite delle nostre competenze, lasciando cioè al buon Dio quel misterioso e misericordioso compito valutativo che spetta soltanto a Lui!).
Spesso ci capita di assistere ad una discussione animata tra due parti, ciascuna delle quali rivendica all’altra una posizione considerata retta. Forse nessuno dei due sbaglia o sbagliano entrambi, di fatto – così ci ricorda l’aforisma prima citato – siamo di fronte a due verità, ciascuna delle quali probabilmente dice qualcosa di veritiero. L’una chiede all’altra una maggiore capacità di ascolto, un’attenzione talvolta trascurata; entrambi – spesso inconsapevolmente – reclamano uno sguardo più attento alle esigenze del proprio cuore. Cos’avrà da gridare, poi, il nostro cuore al cuore dell’altro!!! Eppure, sempre più spesso, il nostro rapporto con gli altri si interrompe a partire dal suono di quelle “due famose campane”. La voce degli uni vuole superare quella degli altri e lo “scampanio” delle nostre parole diventa assordante e disarmonico. Non ci si ascolta e comprende più, lasciando le due probabili verità (annunciate da quel misterioso “suono” di campana interiore) in balia del nostro irragionevole orgoglio!
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Un corpo per incontrare Dio
Il nostro corpo non è un oggetto che è possibile stropicciare e offendere a seconda delle circostanze della vita o dei propri istinti sessuali. Usare il corpo di un altro vuol dire entrare nel suo stesso “io”. Ciascuno di noi, infatti, può esprimere se stesso anche attraverso la propria fisicità. Perfino il più piccolo stato d’animo, come per esempio la gioia o la tristezza, viene registrato nel nostro corpo e mostrato attraverso il corpo stesso con un sorriso o uno sguardo mesto.
Quando il corpo di un’altra persona viene offeso e squallidamente degradato da gesti di violenza viene in qualche modo espropriato della propria intimità ed identità personale. «Si può prendere un corpo (proprio o altrui) e manipolarlo fino a fargli esprimere tutta la propria disperazione: molta pornografia e molte perversioni sessuali non sono altro che l’espressione disperata di chi usa il corpo cercandoci dentro, da ogni lato, un’anima in cui non si crede più» (Antonio Sicari).
L’unione sessuale di due corpi può esprimere addirittura due realtà assolutamente e drammaticamente opposte. Ci si può donare all’altro (amandosi) col desiderio di diventare con lui una cosa sola e di appartenergli sempre, nell’anima e nel corpo; oppure (tecnicamente in modo analogo) si può pretendere di possedere il corpo dell’altro per esprimere attraverso la violenza e la sopraffazione la conquista di uno squallido potere. Si annullano così nella persona offesa i valori principali della dignità umana, della libertà e dell’integrità del proprio corpo, trasformandola in un oggetto del proprio godimento.
L’altro non è il terreno delle nostre personali passioni, ma il luogo che Dio ha scelto per farsi incontrare da ogni uomo! “Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, «estasi» verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende” (Benedetto XVI - Deus caritas est, 4).
L’uomo è costitutivamente contraddistinto dall’unità di anima e di corpo; egli non potrà diventare veramente se stesso se non impara a riconoscere la meravigliosa e l’armoniosa unità che lo ha generato. “La sfida dell'eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” (Benedetto XVI - Deus caritas est, 5).
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Prima che cali il sipario!
“Una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi” (W. Shakespeare).
A volte capita di trascorrere gli attimi della propria vita come se si trattasse di una lunga e grande prova generale, in attesa del debutto ufficiale. Crediamo anche che all’occorrenza si possa sempre ritornare indietro per ripetere qualcosa che “durante le prove” è andata storta! Qualcuno, addirittura, crede anche di potersi reincarnare dopo la morte e ritornare così a risistemare le ciambelle venute senza buco!!!
Il grande drammaturgo inglese William Shakespeare, vissuto in età elisabettiana, ci invita a miglior saggezza: “Canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi”.
Impara cioè ad assaporare ogni aspetto della tua esistenza, bello o brutto che sia; non permettere alla superficialità di trasformare l’opera della tua vita in una banalissima fiction, sii sempre protagonista… non permettere – afferma Gianfranco Ravasi – “che la vita si riduca a una recita o a un racconto rumoroso e senza significato. Il sipario, certo, calerà e se anche ci saranno applausi, presto cadranno nel silenzio e un solo Giudice vaglierà la parte da noi recitata”.
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