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                      Sono pensato, dunque esisto!
                           "Se avessi mai commesso il peggiore dei crimini per sempre manterrei la stessa fiducia, poiché io sò che questa moltitudine di offese non è che goccia d'acqua in un bracere ardente"
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sabato, 04 luglio 2009

Scusate, vado di corsa!

«Questa è la logica del cristianesimo: che non si possa più dire “grazie” se non con tutta la vita» (H. U. von Balthasar).

 

Quella appena proposta è una frase davvero interessante e densa di significato. La prima cosa che, a riguardo, mi viene in mente… la vocazione di una persona! E’ infatti dentro un progetto di vita, dentro la nostra stessa vita, che ci è possibile dire grazie. Un grazie è come un “Amen” eterno, pronunciato in ogni circostanza (gioiosa o dolorosa) della nostra esistenza. Amen, così sia, così è… grazie perché è così!

 

La Parola di Dio può raggiungerci e sorprenderci in ogni istante, anche durante una serata trascorsa con gli amici, o durante una passeggiata o nel corso di una discussione con un’altra persona. C’è sempre un angolino di terra dove il Signore attende con impazienza il momento del nostro incontro! Il problema da superare, però, è sempre lo stesso: che tipo di “terreno” sono io? Accoglierò con disponibilità la sostanza che la Parola di Dio sta per offrirmi?

 

“Tuttavia, il seminatore non si scoraggia, perché sa che una parte di questo seme è destinata a trovare il "terreno buono", cioè cuori ardenti e capaci di accogliere la Parola con disponibilità, per farla maturare nella perseveranza e ridonarne con generosità il frutto a beneficio di molti. L’immagine del terreno può evocare la realtà più o meno buona della famiglia; l’ambiente talvolta arido e duro del lavoro; i giorni della sofferenza e delle lacrime. La terra è soprattutto il cuore di ogni uomo, in particolare dei giovani […]; un cuore spesso confuso e disorientato, eppure capace di contenere in sé impensate energie di donazione; pronto ad aprirsi nelle gemme di una vita spesa per amore di Gesù, capace di seguirlo con la totalità e la certezza che viene dall’avere trovato il più grande tesoro dell’esistenza. A seminare nel cuore dell’uomo è sempre e solo il Signore. Solo dopo la semina abbondante e generosa della Parola di Dio ci si può inoltrare lungo i sentieri dell’accompagnare e dell’educare, del formare e del discernere. Tutto ciò è legato a quel piccolo seme, dono misterioso della Provvidenza celeste, che sprigiona da sé una forza straordinaria. E’ infatti la Parola di Dio che di per se stessa opera efficacemente quanto dice e desidera” (Benedetto XVI).

 

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Postato da: cogitor a 18:34 | link | commenti |
benedetto decimosesto, vocazione

giovedì, 02 luglio 2009

La revisione dei rapporti interpersonali

L’amore e la comunione rappresentano per uomo una vera e propria vocazione, un’apertura alla santità. Per amare qualcuno non basta solo la nostra buona volontà, abbiamo bisogno di rapporti sostanziali; Dio stesso è sostanza d’amore, comunione e relazione, ed è a partire da questo prototipo trinitario che ciascuno di noi può iniziare a costituire i presupposti per una vera sequela.

 

Se i nostri rapporti, dunque, relativamente al donare e ricevere amore, non sono ancora pienamente e trinitariamente realizzati è perché, forse, manca Dio! Le nostre relazioni, infatti, spesso dicono altro!

 

Don Tonino Bello, a tal proposito, affermava: “Se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero (trinitario, ndr), è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali. Altro che «relazioni». L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente. Coraggio”.

 

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Postato da: cogitor a 16:34 | link | commenti (2) |
trinità, don tonino bello

martedì, 30 giugno 2009

"E mi parve chiaramente di vedere in me la SS. Trinità"

Non si può comprendere Dio se lo separiamo dalla capacità di relazione che mette in comunione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Dio non è solitudine, se non fosse stato in grado di esprimere in se stesso una comunione di persone non avrebbe potuto creare gli uomini capaci di ricevere e donare amore, a Sua immagine e somiglianza. “L'immagine divina è presente in ogni uomo. Risplende nella comunione delle persone, a somiglianza dell'unità delle persone divine tra loro” (CCC, 1702).

 

S. Teresa d’Avila, in una delle particolari esperienze mistiche concessale dal buon Dio, racconta: “Allora la mia anima cominciò a infiammarsi, e mi parve chiaramente di vedere in me la SS. Trinità per visione intellettuale. Mi si fece vedere sotto una certa rappresentazione, come un’immagine della verità, affinché la rozzezza del mio intelletto comprendesse come Dio sia trino ed uno. Mi pareva che le tre Persone si rappresentassero distintamente nella mia anima e mi parlassero insieme, dicendomi che d’allora in poi, grazie all’aiuto che ognuna di esse mi avrebbe prestato, mi sarei migliorata in tre cose: nella carità, nel soffrire con gioia e nel sentire in me l’ardore della carità” (Teresa d’Avila - Relazioni Spirituali, 16).

 

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Postato da: cogitor a 18:15 | link | commenti |
trinità, teresa davila

domenica, 28 giugno 2009

Faceva un tempio del suo petto

“Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. […] Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio. E se all'improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto” (Tommaso da Celano).

 

Non è tanto il tempo che Francesco d’Assisi trascorreva in santo raccoglimento (proposito per noi sicuramente degno di attenzione) a sorprenderci, ma la capacità di trasformare qualsiasi situazione in un’occasione di contemplazione e di preghiera. “Se all'improvviso si sentiva visitato dal Signore” il mantello lo aiutava a costruire con il proprio corpo una cella per accogliere il divino ospite, e il petto di Francesco, talvolta, diventava un vero e proprio tempio di preghiera.

 

Per tantissimi motivi tutto ciò che noi siamo appartiene esclusivamente a Dio e il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo:

 

«O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6, 19-20).

 

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Postato da: cogitor a 21:09 | link | commenti (2) |
pregare, san francesco

giovedì, 25 giugno 2009

Gesù mi sfiorò le spalle e disse...

“Gesù mi sfiorò le spalle e disse: «Bob perché mi rifiuti?». / Io dissi: «Non ti sto rifiutando». / E lui: «Allora mi seguirai?». / Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!». / E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando»” (Bob Dylan).

 

Chi stiamo seguendo davvero? I nostri sogni, la realtà, un’ipotesi di successo, noi stessi, Dio? Non è che poi ci sia così tanto tempo per comprendere a chi apparteniamo davvero! O per meglio dire, c’è un tempo sufficientemente lungo per indagare, cercare, scoprire la matrice della nostra esistenza… e solo un istante per riconoscerla pesata, amata e voluta da Dio.

 

Perché il buon Dio – il cui desiderio di comprendermi in Se stesso è smisuratamente grande – non dovrebbe sfiorarmi le spalle per poter sussurrare al mio cuore: «Perché mi rifiuti?». Seguire Cristo vuol dire non restare soli, lasciarsi guidare, condividere un itinerario di salvezza che introduce l’uomo nella relazione con Dio. Fuori da quella “relazione” c’è tutto ciò che già conosciamo bene: ci siamo noi, le nostre fatiche, gli affanni, le sofferenze, i malumori, l’educazione dei figli, il rapporto con i propri cari, il lavoro e mille altri frammenti di quotidianità che lontani da Dio rischiano di farci cadere in una disarmante solitudine.

 

«Allora mi seguirai?». / Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!». / E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando»” (Bob Dylan).


In foto: Bob Dylan saluta Giovanni Paolo II


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Postato da: cogitor a 12:35 | link | commenti (3) |
solitudine, sequela

martedì, 23 giugno 2009

I giovani, la movida e l'autorità dei padri

Bruciano i cassonetti dell’immondizia, lanciano sassi contro gli autobus, rubano gli scooter e all’occorrenza – al termine delle loro serate – sistemano in strada tavolini e sedie sperando che un automobilista, prima o poi, vi sbatta contro!

 

Non stiamo descrivendo le scene di un set cinematografico ma un’allarmante norma comportamentale che caratterizza molti gruppi di giovani palermitani. “Ci annoiavamo” – dichiarano, come se nulla fosse, agli agenti di polizia che li hanno arrestati durante una delle loro bravate – “E’ stato solo per divertimento”, “Non sapevamo che fare sabato sera, era solo un modo per rompere la noia”!!!

 

Tutto questo non accade soltanto a Palermo, ma in moltissime altre città italiane, dove la distinzione tra “bravo e cattivo ragazzo” non esiste più. Il nucleo familiare di tanti giovani – frantumato e sconfitto da mille contraddizioni e desideri incontrollati di libertà – ha costretto i ragazzi a cambiare “residenza” e a migrare verso un’altra tipologia di gruppo, dove tutto è vissuto in base alle proprie emozioni ed illusioni, senza una vera e propria autorità capace di guidarli; un po’ come nel Paese dei balocchi per Lucignolo e Pinocchio… dove non ci sono scuole, non ci sono maestri, non ci sono libri. Un paese benedetto dove non si studia mai, dove le giornate trascorrono baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo!

 

Ho pubblicato questo articolo su Medeu.it e puoi leggerlo qui.


Immagine tratta dal film "Alla ricerca della felicità"


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Postato da: cogitor a 21:35 | link | commenti |
giovani, educare

lunedì, 22 giugno 2009

Trasformare se stessi in preghiera

“I rischi dell’attivismo e della secolarizzazione sono sempre presenti […]. Molti di voi, religiosi, religiose e laici, siete talmente presi dalle mille incombenze richieste dal servizio ai pellegrini, oppure ai malati nell’ospedale, da correre il rischio di trascurare la cosa veramente necessaria: ascoltare Cristo per compiere la volontà di Dio. Quando vi accorgete che siete vicini a correre questo rischio, guardate a Padre Pio: al suo esempio, alle sue sofferenze; e invocate la sua intercessione, perché vi ottenga dal Signore la luce e la forza di cui avete bisogno per proseguire la sua stessa missione intrisa di amore per Dio e di carità fraterna” (Benedetto XVI).

 

Le parole che il Pontefice ha rivolto ai fedeli - in occasione della visita pastorale a San Giovanni Rotondo - credo riguardino un po’ tutti. Spesso ci lasciamo travolgere dalle mille incombenze pastorali, umane e sociali che all’occorrenza mettono in moto il nostro spirito missionario. Non bisogna, però, correre il rischio di lasciarsi determinare dalla secolarizzazione e dall’attivismo. Guardare – come ci invita a fare Papa Ratzinger – a Padre Pio significa imparare da lui come si fa a trasformare la propria vita (e persino se stessi) in preghiera.

 

“Come tutti i grandi uomini di Dio, Padre Pio era diventato lui stesso preghiera, anima e corpo. Le sue giornate erano un rosario vissuto, cioè una continua meditazione e assimilazione dei misteri di Cristo in unione spirituale con la Vergine Maria. Si spiega così la singolare compresenza in lui di doni soprannaturali e di concretezza umana. E tutto aveva il suo culmine nella celebrazione della santa Messa: lì egli si univa pienamente al Signore morto e risorto. Dalla preghiera, come da fonte sempre viva, sgorgava la carità. L’amore che egli portava nel cuore e trasmetteva agli altri era pieno di tenerezza, sempre attento alle situazioni reali delle persone e delle famiglie” (Benedetto XVI).

 

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Postato da: cogitor a 05:45 | link | commenti (2) |
padre pio, benedetto decimosesto

sabato, 20 giugno 2009

Il segreto di Dio!

-         

Vi capita mai d’esser triste?

Certamente (rispose malinconico Mr. Fisherman). Tutte le volte che interrompo il dialogo con mio padre!

Vostro padre?

Sapesse quante volte non gli ho rivolto la parola perché sicuro della mia! Una vera sciagura interiore. Eppure, nonostante tutto egli, per nulla sorpreso del mio atteggiamento, continuava a rivolgermi lo sguardo di sempre, con una paternità che sembrava non aver mai fine. Se non fosse stato mio padre avrei giurato di aver avuto a che fare direttamente con Dio.

Leonard Fauchelevent

 

Un padre che continua a rivolgere lo sguardo paterno di sempre al proprio figlio, nonostante gli errori e la poca riconoscenza di quest’ultimo, non è uno stupido! Il suo atteggiamento – quasi sempre disposto al perdono e alla comprensione – è capace di sorprenderci… se gli accessi del nostro cuore non sono del tutto chiusi! “Se non fosse stato mio padre – afferma L. Faucheleventavrei giurato di aver avuto a che fare direttamente con Dio”.

 

Proprio in questi giorni, Papa Ratzinger, aprendo ufficialmente l’Anno Sacerdotale, ha parlato del “segreto” di Dio che il Santo Curato d’Ars rivelava ai suoi penitenti: “E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!” (Benedetto XVI).

 

E ancora il Curato d’Ars afferma: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”…“Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.

 

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Postato da: cogitor a 10:06 | link | commenti |
confessione, misericordia

mercoledì, 17 giugno 2009

Un'arca di Noè sulle acque della vita

“L’essere umano si ferma alle apparenze. Dio non guarda la superfice, ma il cuore. Dà la possibilità di trovare, al di là delle contraddizioni, il segreto d’una felicità” (Frère Roger).

 

Spesso le difficoltà della vita mettono alla prova il nostro desiderio di felicità. L’uomo scopre i propri limiti e di fronte agli ostacoli dell’esistenza è costretto a riconoscere le fragilità della natura umana. Paradossalmente, però, – afferma F. Roger – “lo splendore di Dio si manifesta attraverso le fragilità dell’uomo”.

 

Non rimane altro che abbandonarsi nelle mani di Dio e lasciarsi guidare dalla Sua volontà. D’altra parte, se l’uomo non fosse così misero probabilmente non cercherebbe la mano di Dio!

 

“L’essenziale – osserva F. Roger – passa sempre per il cuore”; è dentro – tra le pareti del cuore – che bisogna ricercare la sorgente della felicità. E’ necessario rimettersi in gioco più volte al giorno, soprattutto quando i limiti della nostra umanità si contrappongono alla luce della fede.

 

“Perché darsi pena per un diluvio di lacrime interiori? Si troverà sempre un’arca di Noè sulle acque, per cantare il Dio vivente” (Frère Roger).

 

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Postato da: cogitor a 21:06 | link | commenti |
abbandono

lunedì, 15 giugno 2009

Le due campane!

 

“Prima di giudicare, ricorda che una storia ha sempre due versioni, e due versioni sono due verità”.

 

Rileggo tra alcune annotazioni questo interessante aforisma, in linea con i nostri tempi e senza dubbio assai veritiero. Esiste anche un’altra espressione simile a questa, di uso comune nei rapporti interpersonali, che invita ad ascoltare sempre “tutte e due le campane” prima di esporsi a qualsiasi tipo di giudizio (un giudizio che non dovrebbe mai superare il limite delle nostre competenze, lasciando cioè al buon Dio quel misterioso e misericordioso compito valutativo che spetta soltanto a Lui!).

 

Spesso ci capita di assistere ad una discussione animata tra due parti, ciascuna delle quali rivendica all’altra una posizione considerata retta. Forse nessuno dei due sbaglia o sbagliano entrambi, di fatto – così ci ricorda l’aforisma prima citato – siamo di fronte a due verità, ciascuna delle quali probabilmente dice qualcosa di veritiero. L’una chiede all’altra una maggiore capacità di ascolto, un’attenzione talvolta trascurata; entrambi – spesso inconsapevolmente – reclamano uno sguardo più attento alle esigenze del proprio cuore. Cos’avrà da gridare, poi, il nostro cuore al cuore dell’altro!!! Eppure, sempre più spesso, il nostro rapporto con gli altri si interrompe a partire dal suono di quelle “due famose campane”. La voce degli uni vuole superare quella degli altri e lo “scampanio” delle nostre parole diventa  assordante e disarmonico. Non ci si ascolta e comprende più, lasciando le due probabili verità (annunciate da quel misterioso “suono” di campana interiore) in balia del nostro irragionevole orgoglio!

 

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Postato da: cogitor a 09:40 | link | commenti (3) |
altri, verità




Zammerù Maskil - una testimonianza cristiana nel web



Vincenzo Topa