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COGITOR
Sono pensato, dunque esisto!
"Se
avessi mai commesso il peggiore dei crimini per sempre manterrei la
stessa fiducia, poiché io sò che questa
moltitudine di
offese non è che goccia d'acqua in un bracere ardente"
Teresa di Lisieux |





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Quale "unita"?
“Come ho scritto nella mia prima Enciclica Deus caritas est – afferma Papa Benedetto XVI – : "L’uomo diventa realmente se stesso quando corpo e anima si ritrovano in intima unità… Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima" (n. 5)”.
Primo problema: cosa intendiamo noi per unità? Quali aspetti dell’unità siamo capaci di trasmettere agli altri (penso in modo specifico ai più giovani)? Se corpo e anima, come dice il Pontefice, non si ritrovano in intima unità, l’uomo non diventa realmente se stesso! E pertanto, senza la garanzia di una vera unità la persona non è veramente e fino in fondo persona (unità cioè di anima e corpo). L’unità ha a che fare con la persona stessa di Cristo e con il mistero di un Dio TRINO ed UNO… per questo ce la ritroviamo a corredo, e soprattutto come “dono”, della nostra identità umana!
“Tolta questa unità – prosegue Papa Ratzinger – si perde il valore della persona e si cade nel grave pericolo di considerare il corpo come un oggetto che si può comperare o vendere (cfr. ibid.)”.
Bene, questo è ciò che obiettivamente noi uomini siamo stati capaci di realizzare, da duemila anni a questa parte, senza nessun ostacolo e soprattutto senza Cristo! L’unico fastidio… quello di dover costantemente estromettere la nostra coscienza morale da qualsiasi intervento!!!
Questa assenza di unità in tutto ciò che facciamo ha prodotto una cultura fondata esclusivamente sul proprio egoismo. Di conseguenza tutti i nostri rapporti interpersonali sono caratterizzati dall’inesorabile e terribile fascino dell’essere e dell’avere.
Non siamo più capaci di amicizia… perché abbiamo dimenticato la sorgente dell’amicizia vera: “Vi ho chiamati amici”!
Non siamo più capaci di carità… perché abbiamo dimenticato che l’amore va sempre donato!
Alcune famiglie si disgregano… perché la loro vera unità non è in Cristo!
Alcuni amori non sono duraturi… perché abbiamo la presunzione di essere noi il motore che li genera!
«Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch`essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l`ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell`unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 21-24).
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Crepare di scuola!!!
“Se tutto si riducesse a un peso per l’insegnante e per gli allievi, allora la scuola non sarebbe altro che un ostacolo da cui tutti cercherebbero di liberarsi attuando strategie di sopravvivenza per non crepare di scuola o non ammalarsi dentro la scuola e per non portare a casa solo angoscia e stress” (Vittorino Andreoli).
Quale frase migliore per concludere una giornata dove davvero hai rischiato davvero di “crepare di scuola”!!!
Un pensierino della sera tutto sommato interessante…
“Dopo tutto” – diceva Miss Rossella in Via col Vento –, domani è un altro giorno!”
Ciao, ciao
Vertigini spirituali!
Nei mistici l’amicizia di Dio assume una forma di alto livello spirituale. “Dio – scrive San Giovanni della Croce nel Cantico Spirituale – si comunica all’anima con amore così vero che non vi è affetto di madre che con eguale tenerezza accarezzi suo figlio né amor di fratello e di amico con cui si possano confrontare” (CB 27, 1). Tale amicizia realizza un rapporto intimo di comunione spirituale tra Dio e l’uomo. Egli rende bella ed esalta l’anima dell’uomo a tal punto da permetterle di partecipare della Sua stessa divinità. “Egli non ama alcuna cosa meno di sé […]. Per tale ragione, quando [Dio] ama un’anima, in certo modo la mette dentro di sé e l’uguaglia a sé” (CB 32, 6). Si tratta di una particolare trasformazione d’amore; i beni di Dio diventano i beni dell’anima amante perché comunicati in sovrabbondanza dalla grazia stessa di Dio; l’anima, così, “viene subito illuminata e trasformata in Dio, il quale le comunica il proprio essere soprannaturale in tal modo da sembrare che ella sia Lui e possieda quel che Egli possiede. Quando il Signore elargisce all’anima questa grazia soprannaturale avviene un’unione tale che le cose che appartengono a Dio e l’anima diventano un’unica cosa in trasformazione partecipante” (S II. 5, 7).
Indubbiamente questi ultimi riferimenti alla mistica di Giovanni della Croce suscitano nel cuore umano una sorta di vertigine spirituale! Un’amicizia spirituale così prospettata parrebbe addirittura inadeguata se misurata con le innumerevoli miserie umane. Questo, però, ci permette anche di comprendere a quali grandezze il buon Dio ha voluto destinarci.
“Se pensate di diventare cristiani, – scriveva C. S. Lewis – vi avverto che vi state imbarcando in un’impresa che vi impegnerà per intero, cervello e tutto”.
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Teresa d'Avila e la preghiera del Rosario
Uno dei desideri che santa Teresa d’Avila non riuscì a realizzare nel corso della sua vita fu quello di commentare la preghiera dell’Ave Maria. “In un primo tempo avevo pensato di dirvi qualcosa anche circa il modo di recitare l’Ave Maria. Sennonché mi sono tanto dilungata da rinunciarvi” (CE. 73,2).
Alcuni autori del tempo in cui visse la grande riformatrice carmelitana, 1515-1582, (tra i quali vennero annoverati alcuni illustri teologi) ritenevano che l’esercizio dell’orazione mentale non fosse adeguato alle donne. Teresa dimostrò, invece, che anche attraverso le preghiere più semplici, come per esempio il Padre Nostro e l’Ave Maria, è possibile fare orazione mentale, dettagliandone i presupposti nel Cammino di Perfezione (cfr. C. 19; 21; 24; 25).
“Fondare la nostra orazione sopra una preghiera [il Padre Nostro, ndr] che è uscita da una tal bocca, qual è quella di nostro Signore, non è un bene da poco” (C. 21, 3).
“Orazione vocale è recitare il Pater Noster e l’Ave Maria o qualche altra preghiera; ma se non l’accompagnate alla mentale, è come una musica stonata, tanto che alle volte non vi usciranno con ordine neppure le parole” (C. 21, 3).
“Non bisogna che si dica di noi che parliamo senza sapere ciò che diciamo, a meno che non vogliamo essere di quelle persone a cui basta agire per abitudine, paghe soltanto di pronunciar parole” (C. 24,2).
L’Ave Maria è stata per Teresa una delle preghiere predilette che iniziò ad amare fin da piccola, grazie alla recita mariana del Santo Rosario trasmessole dalla madre (cfr. V. 1, 6).
A tal proposito, durante il processo di canonizzazione di Santa Teresa una nipote dichiarerà: “Per quanto la malattia la colpisse, non tralasciava mai di recitarlo, di trovare il tempo per farlo fosse anche alle dodici o all’una di notte”.
“Chi potrebbe dire che fate male, quando al momento di incominciare le Ore o il rosario vi domandate con chi state per parlare, chi siete voi che parlate, per meglio conoscere come comportarvi?” (C. 22, 3).
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Ogni chicco arricchirà gli angoli della terra
“Semina, semina quanto hai, semina semina anche cio' che non hai, l’importante e' seminare. Poco, molto, tutto il grano della speranza, semina il tuo sorriso perche' illumini il mondo intorno a te, semina le tue energie per affrontare le lotte e l'oscurita' della vita, semina il coraggio per risollevare quello altrui, semina il tuo entusiasmo, la tua voglia di vivere e di servire, la tua fede e il tuo amore. Semina e abbi fiducia, ogni chicco arricchira' ogni angolo della terra”.
Ricevo questa interessante citazione da una fedelissima lettrice e amica di “Cogitor”; è quasi una preghiera, semplice e veritiera, che ciascuno di noi può decidere di regalare a se stesso o alla persona a lui cara. Ad ogni modo la parola chiave è la speranza. “Chi ha speranza – afferma Benedetto XVI – vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova”.
“Anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire” (Benedetto XVI, Spe salvi, 22).
Siamo “semi” capaci di fecondare la realtà che ci circonda; una parola buona, un sorriso, le tue energie sono come una forza dirompente in grado di ristorare e rigenerare il cuore dell’altro. Un “potere” senza precedenti, sconosciuto dagli imperatori e dai ricchi proprietari terrieri, un potere (quello proveniente dall’Amore di Dio) lasciato in eredità agli umili di cuore.
“Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è « veramente » vita” (Spe salvi, 31).
Grazie, carissima amica, per averci regalato questo spiraglio di fede.
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Non appena abbiamo un io...
“Non appena abbiamo un io, c’è la possibilità che mettiamo questo io al primo posto, che vogliamo essere il centro – che vogliamo, di fatto, essere Dio. Questo fu il peccato di Satana; ed è il peccato che egli insegnò al genere umano. […] Ciò che Satana mise nella mente dei nostri progenitori fu l’idea che essi potevano «essere come dèi»: che potevano regolarsi a modo loro come se si fossero creati da soli, essere padroni di se stessi, inventare una felicità per se stessi al di fuori di Dio, prescindendo da Dio” (C.S. Lewis).
In qualche modo, l’analisi proposta da Lewis descrive uno dei principali sistemi sociologici attualmente presenti nella nostra cultura, o meglio – se vogliamo allontanarci dal termine eccessivamente tecnico – il drammatico problema della solitudine dell’uomo che deliberatamente sceglie di vivere la sua esistenza rifiutando qualsiasi tipo relazione con l’altro, e in circostanze sempre più ricorrenti perfino opponendosi all’altro.
Certamente la società odierna tende a standardizzare i rapporti interpersonali e ad imprigionare ogni individuo nel proprio particolare piuttosto che permettergli di aprirsi agli altri. Chi ti sta accanto, spesso, è considerato una minaccia, un pericolo, un nemico da abbattere al più presto… e i motivi possono essere tanti. La superficialità e la banalità di certi rapporti interpersonali, poi, recensiti attraverso alcune trasmissioni televisive (tanto seguite dai più giovani), rendono ancora più evidente il conflitto morale e concettuale tra un sistema educativo rivolto al bene comune della persona e alla comunione con Dio e una trama di iniziative, interventi e giudizi vòlti a conquistare frange di successo o di potere a discapito degli altri. Né più né meno quella radicale forma di relativismo verso cui la nostra società sembra tristemente orientata. Anche il Papa, più di una volta, ha denunciato i rischi del relativismo: “Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione. Dentro a un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità; prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune” (Benedetto XVI).
Immagine: Narciso - Caravaggio
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Amicizia nella fede
Davvero interessante l’esperienza di amicizia vissuta da S. Agostino (prima della sua conversione) a cui facevamo riferimento nel post precedente. Egli racconta il tentativo di sviare l’amico dalle verità della fede cristiana tentando “di ridicolizzare ai suoi occhi, supponendo che avrebbe riso egli pure con me, il battesimo che aveva ricevuto mentre era del tutto assente col pensiero e i sensi”. L’amico però, nonostante avesse ricevuto il Battesimo in stato di incoscienza dovuto alla malattia, non accettò di ridicolizzare il sacramento appena ricevuto. “Egli invece – racconta Agostino – mi guardò inorridito, come si guarda un nemico, e mi avvertì con straordinaria e subitanea franchezza che, se volevo essere suo amico, avrei dovuto smettere di parlare in quel modo con lui”. Agostino, probabilmente, impara dalla risolutezza dell’amico l’importanza e la forza di quel sacramento. Ne rimane spiazzato e sconvolto… chi lo avrebbe immaginato?
Dunque l’amicizia, quella particolare forma d’amore narrata nei Vangeli, può aiutarci a riconoscere Cristo e a percorrere la strada della fede; se usata male, però, può condurre l’uomo ad allontanarsene sempre più!
Bisognerebbe valutare con più attenzione il tipo di amicizia che scegliamo di abbracciare. Non sono gli schiamazzi, le bravate giovanili, le trasgressioni a renderci davvero felici; sono piuttosto realtà che tendono a relativizzare il nostro modo di vivere, mentre il cuore dell’uomo è chiamato a qualcosa di più grande.
In foto: Battesimo di S. Agostino
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Un vero amico
“Mi ero fatto un amico, che la comunanza dei gusti mi rendeva assai caro. Mio coetaneo, nel fiore dell'adolescenza come me, con me era cresciuto da ragazzo, insieme eravamo andati a scuola e insieme avevamo giocato”. Così Sant’Agostino inizia a raccontare, nel libro delle Confessioni, una particolarissima storia di amicizia.
“Non c'è vera amicizia, se non quando l'annodi tu fra persone a te strette col vincolo dell'amore diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato”. Ma questo, Agostino lo comprese solo successivamente alla sua conversione.
Nondimeno quell’amico gli era veramente caro anche se lo aveva “traviato dalla vera fede, sebbene, adolescente, non la professasse con schiettezza e convinzione”.
“Che facesti tu allora, Dio mio? Imperscrutabile abisso delle tue decisioni!”…
L’amico si ammalò seriamente e poiché si temeva per la sua vita presero la decisione di battezzarlo, anche se da un po’ di tempo giaceva a letto in uno stato di completa incoscienza.
Lasciamo alle parole di Agostino il drammatico ma quanto mai provvidenziale epilogo:
“Io non mi preoccupai della cosa nella presunzione che il suo spirito avrebbe mantenuto le idee apprese da me, anziché accettare un'azione operata sul corpo di un incosciente. La realtà invece era ben diversa. Infatti migliorò e uscì di pericolo; e non appena potei parlargli, e fu molto presto, non appena poté parlare anch'egli, poiché non lo lasciavo mai, tanto eravamo legati l'uno all'altro, tentai di ridicolizzare ai suoi occhi, supponendo che avrebbe riso egli pure con me, il battesimo che aveva ricevuto mentre era del tutto assente col pensiero e i sensi, ma ormai sapeva di aver ricevuto. Egli invece mi guardò inorridito, come si guarda un nemico, e mi avvertì con straordinaria e subitanea franchezza che, se volevo essere suo amico, avrei dovuto smettere di parlare in quel modo con lui. Sbalordito e sconvolto, rinviai a più tardi tutte le mie reazioni, in attesa che prima si ristabilisse e acquistasse le forze convenienti per poter trattare con lui a mio modo. Senonché fu strappato alla mia demenza per essere presso di te serbato alla mia consolazione. Pochi giorni dopo, in mia assenza, è assalito nuovamente dalle febbri e spira”.
Immagine di Gustave Doré
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Certe notti!
Alla struggente domanda posta dall’Innominato (vedi post precedente) risponde con sereno stupore il cardinal Federigo: «Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?».
Già… proprio noi che, con i pugni rivolti verso il cielo, gridiamo giustizia al cospetto di Dio e abbiamo, persino, la pretesa di chiedere conto e ragione del Suo operato! “E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare…”.
Scrive S. Agostino: “Tu eri sempre presente con i tuoi pietosi tormenti, cospargendo delle più ripugnanti amarezze tutte le mie delizie illecite per indurmi alla ricerca della delizia che non ripugna. Dove l'avessi trovata, non avrei trovato che te, Signore, te, che dài per maestro il dolore e colpisci per guarire e ci uccidi per non lasciarci morire senza di te”.
“Pietosi tormenti” per dire all’anima il Suo amore! Quante notti trascorse a rovistare nella dispensa del proprio cuore… la stanchezza di pensare sempre a tutto (non riesci a farne a meno!!!) poi, finalmente, ti suggerisce di mollare un istante… quello utile per lasciare spazio al buon Dio o se vogliamo chiamarlo in modo diverso: “ABBANDONO”! Va già meglio… “vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?»”.
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Dov'è questo Dio?
L’Innominato al cardinal Federigo:
«Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?
- Voi me lo domandate? [rispose il cardinale, ndr] Voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?» (A. Manzoni, da I Promessi Sposi, cap. XXIII).
“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?”. Quante volte questa domanda ha interrogato il nostro cuore? C’è, dunque, in ciascun uomo un inascoltato desiderio di vederLo! Se non ci fosse l’indifferenza (la nostra indifferenza) a scombinare i piani di Dio… lo avremmo già incontrato da tempo!
“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?”… chi si pone questa domanda, talvolta, fa fatica a trovare una risposta o forse dovremmo dire - con naturale schiettezza - non vuole trovarla, non vuole riconoscere Dio!
Facciamo un esempio:
Incontri per strada uno che dice di essere un tuo vecchio amico. Tu però non lo riconosci immediatamente e così lui inizia a raccontare una serie di particolari e di situazioni, vissute insieme tempo addietro, per aiutarti a ricordare…
Così è anche con Dio. Egli chiede a ciascuno di noi di essere RICONOSCIUTO e per aiutarci a ricordare racconta i particolari di una amicizia, da sempre pensata per noi e realizzata attraverso Suo Figlio Gesù.
Perché tutto questo non dovrebbe far trasalire il nostro cuore?
NB. Cercheremo, nel prossimo post, di commentare la risposta che il cardinal Federigo offre all’Innominato.
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